L’Accordéon Romantique

Forse molti non sanno che l’”Accordéon”, il nostro caro e amato Organetto, ha origini tutt’altro che popolari o rustiche. Non staremo a fare tutta la storia di come e quando i vari inventori (o presunti) depositarono i loro progetti, bensì partiremo dal momento in cui Cyril Demian, fabbricante di organi e pianoforti a Vienna, insieme ai due figli Carl e Guido deposita il brevetto n.1757 il 6 Maggio 1829.  Il nome del “nuovo” strumento è ACCORDEON: questo perché lo strumento è una scatoletta rettangolare dotata di mantice e ance libere, le quali producono, sotto l’azione di alcuni tasti meccanici, degli accordi sulla scala diatonica. L’”Accordéon” riscuote immediatamente successo presso la corte austriaca, perché pare sia lo “strumento perfetto” che molti auspicavano venisse inventato, uno strumento che potesse avere le modalità esecutive ed espressive del pianoforte, portatile e affine alla voce umana. Naturalmente, la novità non passa inosservata in Francia: diversi costruttori (orologiai, liutai, musicisti vari) si accingono a produrre la nuova “scatola sonora”, citiamo ad esempio come uno dei più famosi artigiani M.Reisnier, il quale nel suo laboratorio di Galerie Colbert a Parigi nel 1832 produce addirittura una gamma di cinque “Accordéon” diversi. Inoltre si proporrà anche come insegnante: i suoi allievi impareranno a suonare arie di Mozart, di Weber, di Rossini, di Meyerbeer e di Aubert. Gli strumenti originali sono piuttosto sobri ma, come si può immaginare, le novità provenienti da ambienti nobiliari e borghesi stranieri attirano inevitabilmente le attenzioni di un pubblico raffinato: il colpo grosso Reisnier lo ottiene quando nientemeno che il re Louis-Philippe, nel 1834, padre di una prole numerosa (dieci figli), acquista un “Accordéon” per uno dei ragazzi. Si ignora quale dei figli sia il fortunato, ma questo fatto dà il via ad una produzione di altissima qualità e raffinatezza: innanzitutto, gli strumenti sono a tre ottave e mezza (analoghi a quelli che usiamo tutt’oggi), vengono impiegati materiali costosi e rari come madreperla, avorio, ebano, palissandro; intarsi in ottone, argento e scene pastorali dipinte ad olio sulle casse armoniche, il mantice è rivestito di stoffe, carte colorate e talvolta seta. Nel 1844, l’acquisto di un “Accordéon Reisnier” da parte della Principessa Mathilde, figlia di Jerome Bonaparte e cugina di Napoleone III, sancisce il definitivo ingresso a corte e presso i migliori salotti di Parigi. Il costruttore, nel 1847, dichiarerà un fatturato annuo di 1.391.497 Franchi, una cifra astronomica per uno strumento che non poteva essere ancora “popolare”. Honoré de Balzac, nel 1848, nell’opera “L’Envers de l’Histoire Contemporaine”, cita come il Barone Bourlac acquistò un “Accordéon” per la figlia malata, la quale suonerà incessantemente la “Preghiera di Mosè” dall’opera di Rossini “Mosé in Egitto”. Lo strumento, come il pianoforte (nel jazz) e il violino (nella musica di tradizione), conoscerà solamente in seguito la strada verso il mondo popolare, grazie ai numerosissimi costruttori comparsi sul mercato: campanilisticamente, due nomi italiani su tutti; Paolo Soprani e Mariano Dallapè, i quali costruirono strumenti dal costo più appetibile (ma sempre non accessibile a tutti: ricordiamo come nel 1914 una “Dallapè” semitonata costasse 300 lire, mentre la paga di un contadino per una stagione di campagna venisse retribuita 30 lire) e dalla struttura più complessa e completa armonicamente. Quindi, per concludere, ritenere l’Organetto o l’”Accordéon” strumenti “campagnoli” o “folkloristici” vuol dire non conoscere la vera storia che ha portato queste fantastiche invenzioni a suonare ancora attuali al giorno d’oggi: sarebbe come paragonare questo al violino, uno strumento malleabile e adattabile ai vari generi, suonato nella musica classica, nel folk, nel jazz e anche nel rock, senza soluzione di continuità, ogni stile con la sua caratteristica diversa. Al giorno d’oggi, l’evoluzione dell’”Accordéon”, la Fisarmonica, si insegna al Conservatorio e grandi compositori del passato come Verdi o Tchaikovsky hanno inserito strumenti ad ancia libera nelle loro composizioni.

( Un ringraziamento particolare al Maestro Gianni Ceretto Castigliano per le preziose note storiche e Pierre Monichon per il suo bellissimo volume “L’Accordéon”, vera Bibbia dello strumento. Onore ai “Natali Nobili” dell’Organetto!)

ËL QUINTËT – un’antica tradizione musicale Canavesana

“Ël Quintët”, “ël Trombi (le trombe)”, la “Muda (il cambio)”, la “Fanfara” sono denominazioni in uso in diversi paesi del Canavese (rispettivamente Brosso, Rueglio, Palazzo C.se e Quincinetto per indicare lo stesso tipo di formazione musicale, un “ensemble” formato da strumenti a fiato, perlopiù ottoni. L’indicazione “quintetto” non deve però dare adito all’idea che siano necessarie almeno cinque persone per formare il gruppo, questa motivazione è bensì dovuta alla struttura musicale: trattasi difatti di musica eseguita con cinque parti differenti. Gli strumenti che compongono il “Quintët” sono strumenti a fiato, non essendo contemplate le percussioni o i cordofoni. Qualche volta può comparire la fisarmonica, ma non era prevista all’origine della formazione. Gli strumenti a fiato, essendo per loro natura monofonici, con la formazione a cinque voci differenti creano polifonia. Le indicazioni teoriche dateci dai nostri collaboratori per comporre un “Quintët” sono: la “Prima parte” o “Canto” ; viene eseguita generalmente da un clarinetto, un saxofono o da una tromba. Il “Contraccanto” ; può essere eseguita dagli stessi strumenti, i quali possono suonare una parte in terza, o in ottava o una melodia variata. Gli “Accompagnamenti” ; normalmente eseguita dai Genis, formano le due note dell’accordo , terza e quinta e suonano generalmente in levare. Il “Basso” ; mantiene il tempo e la quadratura del tutto, non disdegnando però talvolta di eseguire esso stesso il tema portante. Questa formazione si presume abbia come genesi la “Fanfara” militare (denominazione, come abbiamo detto, ancora in uso a Quincinetto, Carema, Settimo Vittone, Tavagnasco, etc.) che eseguiva musiche atte ad essere suonate in movimento, in marcia o di corsa. Era quindi auspicabile l’uso di uno strumento portatile, non eccessivamente pesante e soprattutto facilmente gestibile in intonazione e articolazione. L’uso di clarinetti e saxofoni sarebbe stato introdotto molto più tardi, con l’avvento della Banda. Ricordiamo che, in Italia, l’organizzazione di Bande musicali non avvenne prima del 1865 e che, con l’avvento del Regno d’Italia (1861), la pratica di “alfabetizzazione” musicale venne largamente diffusa nelle città e nei paesi, proprio per dare vita a quelle forme associative chiamate Bande che dovevano celebrare musicalmente il nuovo Regno. Maestri di musica, appositamente stipendiati, vennero interpellati nei vari comuni per istruire alla lettura musicale i “suonatori” che fino ad allora avevano fatto “più pratica che grammatica”, cioè suonavano “ad orecchio”, senza spartito. Questo contribuì alla scomparsa di tutto un repertorio arcaico di tradizione orale, ma si sa che non si può suonare musica bandistica, di natura “colta”o “semi-colta”, senza che ognuno rispetti la sua parte. Gli strumenti del “Quintët” antico erano diversi dagli attuali: tipo la Cornetta (derivante dalla Cornetta militare senza pistoni), dal suono più morbido e agile rispetto alla Tromba. Il canneggio conico della Cornetta influisce molto sul suono, rendendolo più scuro e melodioso; la Tromba, invece, presentando un canneggio cilindrico, suona con tonalità più squillanti. La Cornetta eseguiva la parte del “Canto”. Il “Contraccanto” poteva essere eseguito dal Genis (della famiglia dei Flicorni) o dal Bombardino (nome in italiano Eufonio), entrambi appartenenti anch’essi alla famiglia degli strumenti a canneggio conico, quindi dal suono scuro. La famiglia dei Genis fu strutturata nientemeno che da Adolphe Sax, l’inventore del Saxofono, attorno al 1845, raggruppando e mettendo ordine tra una serie di strumenti pre-esistenti. Gli “Accompagnamenti”, oltre che dai citati strumenti, possono oggigiorno essere eseguiti dal Trombone a coulisse o dal Corno francese, a seconda della disponibilità degli strumentisti. Per ultimo, il “Basso” può essere suonato dal Tuba o dal Bassotuba, entrambi sempre facenti parte della famiglia dei Genis. Un modello adatto per essere trasportato in marcia è l’ “Helicon”, con il braccio e la spalla del suonatore passanti all’interno dello strumento. Dove venivano costruiti questi strumenti? A Torino, c’erano diversi costruttori di strumenti a fiato (Moretto e Milanesio, Morutto…) ma anche in zona esistevano validi artigiani: si possono vedere, su qualche vetusto ottone del passato, le etichette della fabbrica Pitetti di Ivrea. La lega metallica usata per la costruzione non era certo sofisticata come quelle di adesso, ma il suono scuro e armonico che ne derivava è una caratteristica sonora del “Quintët” antico. Abbiamo parlato finora di musica scritta per banda, ma il “Quintët” prevede che si suoni senza notazione scritta, senza orchestrazione se non quella spontanea e “a orecchio” fornita dagli esecutori. Il testimone Aldo Fontana, suonatore di tromba di Brosso, nel 1974 raccontò ad Amerigo Vigliermo:: “ Noi suoniamo tutti più volentieri nel “Quintët”! Noi non siamo musicanti del Conservatorio e allora, venendo su con qualche suonata da “Quintët”, ci sembra che suonino bene e allora c’è un’altra soddisfazione! Come ti dico, meglio che suonare un “pezzo” (in questo caso, un brano musicale concertato). Capisco che suonare un “pezzo” abbia un altro valore, un’altra faccenda, ma il “Quintët” è una soddisfazione più grossa per noi e anche per quelli che ascoltano, almeno per quelli di questi nostri paesetti che sono nati lì e si capisce che non sanno la musica, ma la sentono! Eccome se la sentono!” Di fronte a queste parole, emerge tutta la spontaneità e la bellezza che caratterizzano la nostra tradizione musicale popolare, aldilà di ogni velleità e speculazione economica, bastando la pura espressione sonora a dare un valore aggiunto alla Cultura della nostra Gente. Qual è il repertorio musicale eseguito dal “Quintët”? Generalmente sono ballabili: valzer, polche, mazurche, monferrine, ma anche marce e brani adatti ad essere cantati a seconda delle situazioni. Ad esempio, la “Fanfara dei Coscritti” o la “Fanfara dei Partenti”, suonata quando qualcuno emigrava dal paese e il “Quintët “andava ad accompagnarli fino fuori dall’abitato. Per i servizi ai funerali, invece, era presente tutta la Banda. Non c’erano occasioni “speciali” per far uscire il quintetto a suonare, bastava averne voglia e si creava subito la festa. Feste dei coscritti, nascite, matrimoni, la transumanza, erano tutte occasioni per fare un po’ di musica spontanea e esserne appagati, sia come ascoltatori che come esecutori. La funzione del quintetto è anche quella di interscambiabilità tra i suonatori, capita così che squadre improvvisate di musicisti si ritrovino (magari senza conoscersi) e suonino assieme un brano noto a tutti. Nessuno è “primadonna” nel quintetto, ma tutti giocano in squadra e ognuno diventa protagonista nel far musica. Molte volte, i titoli dei ballabili sono anonimi: abbiamo magari una qualche denominazione “romantica” come il valzer “Amore Notturno” oppure la polca “Scossa Elettrica” o “La Va Benone!”(scritte da Dante Corzetto detto “Rabat”, trombettista-compositore di Rueglio) , oppure un titolo più vago: la “Polca Veglia”o la “Mazurca Veglia”, dove “veglia” indica l’età del brano (più o meno gli anni attorno al 1920). Abbiamo la “Polca di Bagino”, non perché l’avesse scritta lui, ma perché era uno dei suoi cavalli di battaglia. Così come la “Polca di Anita”, brano da virtuosi, eseguita da Anita Mosca, la nipote di Aristide Mosca detto “Palasòt”, uno dei più famosi suonatori canavesani. Molte altre volte, purtroppo, ci dobbiamo accontentare di “Valzer n.10” o di “Mazurca n. 2”, in quanto i numeri designano la “cronologia” dei brani trascritti sui piccoli libretti che servivano come promemoria ai suonatori, in quanto non esisteva ancora la possibilità di registrare su nastro magnetico. Questi libretti, preziose testimonianze del passato, custoditi gelosamente dai nipoti o dai famigliari dei suonatori, sono l’unica fonte alla quale appellarci per ricostruire un repertorio che è mutato più e più volte nel tempo. Difatti, la musica del “Quintët” non è statica, ma si aggiorna e si modifica secondo i gusti e le esigenze contemporanee. Brani di musica leggera o moderna sono eseguiti con lo stile tipico del passato, rendendo così attuale un discorso che avrebbe potuto finire nel dimenticatoio. Nel libro “Sonador da Coscrit e da Quintët – Ricerca sulla Musica Popolare in Canavese e Valle d’Aosta seguendo il sentiero tracciato da Amerigo Vigliermo” sono stati riprodotti un centinaio di questi spartiti, frutto di una ricerca ormai quarantennale che il Centro Etnologico Canavesano (C.E.C.) ha condotto presso gli ultimi “Testimoni della Tradizione”. Un repertorio salvato, da valorizzare ma soprattutto da far vivere, come bandiera della nostra Cultura Popolare. Per concludere, qualche nome di suonatori da “Quintët”: Isidoro Battistino detto “Barba Mineur”, Renato Battistino, Aldo Fontana (tutti di Brosso), Leo Bosonetto, Renato Vairetto, Ninetto Vairetto (di Carema), Primo Avial (di Lessolo),Carletto Giovanetto, Margherita Vigna (di Montestrutto), Aristide Mosca detto “Palasòt”, Quinto Bonino (di Palazzo C.se), Giuseppe Buat, Lino Buat, Domenico Jachi (di Quincinetto), Dante Corzetto detto “Rabat”, Melino Peraglie, Gianni Peraglie, Gelso Vigna (di Rueglio), Gianni Prola e Giacomo Sardino (di Settimo Vittone). E un aneddoto finale, raccontato dalla viva voce di uno dei testimoni intervistati: “La Mazurca del Piën d’Alàs!” Ti posso dire che il titolo originale era “Una Volta ero Bella”.Era nel 1922 e la gente qui a Brosso viveva facendo gli operai alla miniera o i margari. Nel mese di giugno c’è stato uno sciopero di tre mesi e, dato che era il tempo del fieno, tutti sono andati su per le cascine a tagliarlo. Dato che tutti suonavano, si sono portati dietro lo strumento perché sapevano di stare su almeno quindici giorni. E così di sera si trovavano dove c’erano le “matòtte”(ragazze) e suonavano e ballavano fino a notte tarda. Forse perché non sapevano tanti ballabili o forse perché la mazurca piaceva a qualcuno, suonavano sempre quella e così ha preso il nome della mazurca del “Piën d’Alàs”! Si dice Piën d’Alàs, ma non è tanto in piano. Era un prato e a forza di girarci sopra hanno strappato persino la “tëppa” (manto erboso)! I proprietari erano molto arrabbiati! Pensa, era quando c’erano ancora tutte quelle ragazze…le Fontan-e…” Già, quando c’erano tutte quelle ragazze e bastavano solo “doi cotlet-te… e l’era già festa gròssa! (Due bistecchine…ed era già una grossa festa!)”. Altri tempi.

Rinaldo DORO, gennaio 2015

Ricerca sulla musica popolare in Canavese e Valle d’Aosta seguendo il sentiero tracciato da Amerigo Vigliermo

Musicista e studioso di musica popolare, Rinaldo Doro, vanta una lunga carriera musicale spesa in varie formazioni locali, e un rigoroso percorso di ricerca nell’ambito delle tradizioni canavesane intrapreso nel 1978 al fianco di Amerigo Vigliermo e il Coro Bajolese. Da allora, come socio del Centro Etnologico Canavesano di Bajo Dora (To), ha proseguito la sua attività di raccolta, studio, ed archiviazione di antichi spartiti e strumenti musicali, culminata con la pubblicazione del pregevole volume “Sonador da coscrit e da quintët. Ricerca sulla musica popolare in Canavese e Valle d’Aosta seguendo il sentiero tracciato da Amerigo Vigliermo”. Lo abbiamo intervista per approfondire insieme a lui il suo percorso di ricerca, soffermandoci sulla metodologia di documentazione, le difficoltà incontrate, senza dimenticare i progetti in cantiere.
Com’è nato il progetto di ricerca che è alla base di “Sonador da Coscrit e da Quintët”?
Il libro nasce da una mia personale constatazione, risalente ad almeno dieci anni fa: la cronica mancanza di letteratura musicale, e quindi spartiti, sulla musica popolare piemontese. Quando andavo all’ estero per suonare, notavo sempre metodi e libri con spartiti di musica bretone, irlandese, della Francia centrale ma mai trovavo analoghe (o meno che mai, rare) pubblicazioni su musiche tradizionali da danza italiane, tanto meno quelle della mia regione. Quindi, ho deciso di “mettere mano” al mio archivio di circa 30.000 spartiti (manoscritti e a stampa) raccolti in questi 36 anni di ricerche in Canavese. Tutto partì, quindi, come un semplice opuscolo divulgativo per i giovani musicisti desiderosi di ampliare il loro repertorio. Man mano, però, mi accorgevo anche che mancava una “letteratura” sui musicanti e suonatori del passato presenti sul territorio, ed era necessaria una ri-lettura ed un aggiornamento degli scritti compilati negli anni Settanta dal mio nume tutelare nell’ambito della musica popolare, Amerigo Vigliermo. Sono venuti fuori, così, i “Coscritti”, i loro riti, le musiche, la formazione arcaica dei “Quintèt”, le danze di Rueglio, il “Tambour” di Cogne. Alla fine, ho dovuto chiudere il libro così, perché diversamente avrei dovuto scrivere almeno altre trecento di pagine! E’ un mondo invisibile nella sua totalità, come gli “iceberg”: più credi di sapere e più la realtà si occulta sotto la superficie, in attesa di essere svelata. Non si riuscirà mai a porre la parola “fine”. Mai.
Quanto sono state importanti le ricerche sul campo di Amerigo Vigliermo per questo libro?
Amerigo è stato e continua ad essere il mio faro nella nebbia della Cultura Popolare. E’ il Costantino Nigra del nostro tempo! Quest’uomo incredibile, dal 1969 fino ai giorni nostri, gira con il registratore alla mano, macchina fotografica e videocamera per documentare la vita a 360 gradi della Gente del Canavese. Scrivo Gente con la G maiuscola, come scrive Amerigo, per dimostrare l’enorme rispetto che nutre nei confronti delle persone che chiama “testimoni del loro tempo”. A Bajo Dora (TO) esiste quest’enorme archivio della nostra storia sociale, voci di uomini e donne che magari non ci sono più, ma che ci hanno lasciato un bagaglio enorme di cultura, speranza, amore. E’ la nostra storia popolare, quella vera, magari a qualcuno può apparire scontata o troppo banale, ma questo è il nostro blues, la gioia e la sofferenza della vita sul nostro territorio. Questo archivio oggi non potrebbe essere più fatto, o comunque sarebbe profondamente diverso. Migliaia di ore di registrazioni sonore, fotografie, video, libri e spartiti musicali lo rendono un unicum a livello europeo tra gli archivi sulla cultura popolare. E’ assolutamente imprescindibile, vuoi per metodologia che per risultato finale, per chi vuol conoscere la cultura del territorio.
Come si è indirizzato il tuo lavoro dal punto di vista metodologico?
Ho seguito i dettami di Amerigo e quelli del mio cuore! Semplicemente, mi sono chiesto cosa mi sarebbe piaciuto leggere e avere sottomano da consultare. Quindi, ampia importanza alla musica scritta (in molti casi, trascritta da nastri o da files da parte di Sonia Cestonaro, l’autrice di molte trascrizioni musicali e mia fida “compagna” musicale e d’avventura sul campo) e alle notizie tecniche riguardo le modalità di esecuzione e di fruizione della musica Canavesana. E poi parlare con i familiari, con i protagonisti ancora viventi di questo mondo, cambia improrogabilmente il tuo modo di vedere e sentire, il modo di approcciarsi a questa cultura. Ora, non posso più fare a meno di difendere a spada tratta questa Gente. Gente che ci lascia l’ultimo esempio di Civiltà. Quella contemporanea, mi spiace dirlo, non la riconosco come Civiltà. Nel senso più nobile della parola, non posso farlo. Ho trascorso non so più quante ore con il registratore in mano a parlare con quelle persone, con quelle famiglie. Mi sono arricchito nell’animo e posso dire di avere avuto affetto in cambio da loro. Si sono create amicizie profonde, mi sento (con privilegio) di essere anch’io parte di quel loro mondo, trattato alla pari. Per me, è un enorme regalo!
Con quale criterio hai selezionato le fonti e i materiali tradizionali per la tua ricerca?
Non ho selezionato nulla in particolare se non con il criterio dell’ affetto e del cuore. Melodie che sono ancora note nei paesi, oppure musiche che non si suonavano più dagli anni Trenta, o anche vere e proprie “chicche” strumentali. Certe volte, e mi commuovo al solo pensiero, ho visto scorrere le lacrime sulle guance della gente che incontravo, perché erano suoni che ricordavano la loro vita. Questa è la più grande soddisfazione, il sentirsi riconosciuto dai testimoni come facenti parte della loro Gente e non come un estraneo venuto a ricercare chissà che cosa. Essere parte integrante della loro anima, della loro cultura tradizionale.
Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel corso delle tue ricerche e nella realizzazione del libro?
La difficoltà maggiore è stata riguardo la veloce perdita di memoria collettiva che si è creata in questi ultimi anni. Pare che siano passati secoli da quando questi suonatori si esibivano e i quintèt suonavano sul territorio, ma colgo anche i segnali per una riscoperta tutta “Canavesana” che sta salendo pian piano qui da noi, una crescita culturale legata al territorio che sta prendendo piede. Leggo sempre di più “Gastronomia Canavesana”, “Architettura Canavesana”, registi cinematografici e scrittori si appoggiano al nostro territorio molto più numerosi e consapevoli che in passato. Insomma, prevedo una rinascita, spero anche economica, di questa area. Una radice sepolta dal pressapochismo dell’ultimo ventennio, ma destinata a tornare alla luce. Ho buone speranze per il futuro. Per altro, tutti i protagonisti del libro e le loro famiglie sono stati più che lieti e gentili nell’aiuto datomi alla compilazione del volume. E’ stato il mio piccolo contributo alla rinascita del territorio.
Quali sono le caratteristiche del corpus musicale oggetto del tuo studio?
Non credo che si possa parlare solo di musica Canavesana, cioè composta e suonata con determinate modalità, o perché suonate o brani ballabili erano composti in loco, magari dal maestro della banda o da qualche musicista più capace. La musica che è passata su questo territorio molte volte veniva anche appresa dagli emigranti all’ estero (non dimentichiamo che in Canavese l’emigrazione è stata massiccia, verso le Americhe o anche verso la Francia, la Germania, il Belgio…) e riportata, trasformata e eseguita qui. Paradossalmente, è come se un gruppo di nativi giamaicani emigrasse all’estero, imparasse a suonare le musiche locali straniere e poi se ne tornasse in Giamaica, suonando le melodie apprese con lo stile del reggae! Esiste un modo, un accento specifico “Canavesano”, che trasforma una melodia in qualcosa di locale, tipico, di unico. Basti ascoltare il “Quintèt” di Brosso quando esegue “Azzurro” di Paolo Conte, che è un brano di musica leggera, ma che diventa inevitabilmente brossese! In Piemontese noi usiamo una parola, intraducibile: il “Ghëddo”. Significa la dinamicità, l’accento, la pronuncia della suonata. Ecco, il “Ghëddo” è la trasformazione della musica altrui attraverso la nostra Cultura del territorio.
Dalla ricerca sul campo sei arrivato poi al libro. Come si è indirizzato il lavoro in fase di impostazione editoriale?
Ho trovato fortunatamente chi si è innamorato subito del progetto: Giampaolo Verga e la sua Casa editrice “Atene del Canavese”. E’ un editore piccolo, ma molto dinamico e, soprattutto, è uno dei protagonisti della rinascita Canavesana. Un incontro decisivo ed molto riuscito, direi. La prima stampa è praticamente esaurita, attendiamo la seconda! Ma il merito enorme è stato comunque quello di Amerigo Vigliermo e del C.E.C.: senza la loro esperienza, non sarebbe stato possibile affrontare al giorno d’oggi un lavoro simile.
Nel tuo libro una parte importante è dedicata alle interviste con gli informatori. Ci puoi raccontare il tuo rapporto con loro?
Si sono creati dei rapporti di affetto e amicizia che continuano al di là della pubblicazione editoriale. Rapporti che creano sempre nuovi motivi per tornare, per chiedere e per capire le complesse realtà della loro vita e della loro Cultura. Un rapporto proteso nel tempo. Insomma, ci si vuol bene!
Di pari importanza è poi la sezione dedicata agli strumenti musicali. Puoi illustrarcela?
Gli strumenti musicali erano comunque rari, un tempo, perché costosi e il mondo contadino e montanaro non prevedeva il “superfluo”, bisognava arrangiarsi come si poteva. Nel 1914 un “Semitoun” (organetto) costava 300 lire, una stagione in campagna veniva retribuita 30 lire. Occorrevano 10 anni di lavoro per comprare una strumento professionale. Avrei voluto approfondire di più le “questioni” legate all’avvento della fisarmonica e la conseguente trasformazione delle squadre da ballo da “Quintetti” a semplici duo, ma non potevo più approfondire l’argomento, per vari motivi di tempo e di spessore del volume. Magari in futuro, cercherò di addentrarmi ulteriormente in questo settore.
Da ultimo, ritengo importantissimo l’aver corredato il libro non solo delle trascrizioni dei brani tradizionali, ma anche di un disco di registrazioni sul campo. Quanto è importante offrire un documento sonoro e una trascrizione musicale al lettore?
E’ stato assolutamente importante. Le trascrizioni vanno bene e rimangono scritte nero su bianco, ma risentire le esecuzioni con il “Ghëddo” originale, è fondamentale. Oltretutto, queste registrazioni sono state fatte da Amerigo Vigliermo nel 1974 e oggi non sarebbero più riproducibili. Questo era il “Quintetto” originale, questi erano i veri “Sonador da Coscrit”. Ci hanno lasciato questa loro eredità da ascoltare e valorizzare.
Sei socio del Centro Etnologico Canavesano di Bajo Dora, ci puoi raccontare le vostre principali attività?
Il C.E.C. (Centro Etnologico Canavesano) agisce su vari livelli: la ricerca, l’analisi, la restituzione. Gode di un vastissimo archivio audio-video, di una buona biblioteca e della intensissima attività del Coro Bajolese, veri e originali esecutori e “restitutori” di quella Cultura del Canto Popolare così spesso trascurata. Inoltre, il C.E.C. è anche editore, con numerose pubblicazioni editoriali e sonore riguardo la Cultura popolare Canavesana. Per chi volesse approfondire l’argomento: www.cec.bajodora.it.
Quali sono i tuoi progetti di ricerca su cui stai lavorando attualmente e quelli che hai in animo per il futuro?
Il mio prossimo lavoro editoriale verterà su “Lou Tambour de Cogne”, vero protagonista sonoro della festa dei coscritti in Val di Cogne. Le “ Monferrine” a “Due” e “Tre Tens”, “Lou Valse” sono i brani ancor oggi ballati e suonati nelle feste de “Lou Tintamaro de Cogne”, veri testimoni della cosiddetta tradizione vivente. E anche altri interessanti strumenti erano presenti sul territorio, ma bisognerà aspettare il secondo volume in uscita a Natale di quest’anno. Poi, in seconda battuta, ho in mente di sviluppare un terzo libro con cd sul “Ballo a Palchetto” e il mondo ad esso legato: repertori, orchestrine, amori nati e vissuti sulle assi delle piste da ballo itineranti. Intanto, continuo a raccogliere spartiti, strumenti, fotografie e altre masserizie, in quanto preferisco documentare il più possibile le ultime testimonianze di Civiltà presenti sul territorio. Mi pare, così, di rendere giustizia a tutta quella Gente che ha lavorato, ha vissuto e amato in questa terra, senza mai lamentarsi più di tanto e senza mai chiedere di più di quello che avevano. Un riscatto culturale, questo è il minimo che dobbiamo ai nostri predecessori. Non dimentichiamo mai chi siamo e da dove veniamo!
Rinaldo Doro, Sonador da coscrit e da quintët. Ricerca sulla musica popolare in canavese e valle d’Aosta seguendo il sentiero tracciato da Amerigo Vigliermo, Edizioni Atene del Canavese 2014, pp. 336, Euro 25,00 Libro con Cd
Lo spirito che ha animato Rinaldo Doro nella sua ricerca nel Canavese e la successiva pubblicazione del volume “Sonador da coscrit e da quintët. Ricerca sulla musica popolare in canavese e valle d’Aosta seguendo il sentiero tracciato da Amerigo Vigliermo” è racchiusa mirabilmente in quanto scrive quest’ultimo nella presentazione che apre il volume: “La nostalgia del passato, fine a se stessa, non aiuta molto a migliorare il presente. È la conoscenza del passato che può indicare una via più sicura per ritrovare un mutamento di pensiero vero il mondo antico (per qualcuno antiquato) della nostra gente”. Evitando ogni sterile sentimentalismo, o i ricordi fine a sé stessi, Rinaldo Doro, con questo volume ha voluto non solo cristallizzare una scheggia di passato che, negl’anni sarebbe caduta nell’oblio, ma soprattutto è stato animato dal desiderio di condividere la ricchezza della cultura orale della propria terra con le nuove generazioni. Recuperare il passato significa, dunque, creare una base solida nel presente per affrontare il futuro, proprio come da anni fa il Centro Etnologico Canavesano del quale Rinaldo Doro è parte integrante con la sua attività di ricerca e documentazione. Edito dalle Edizioni Atene del Canavese di San Giorgio Canavese (Torino), questo corposo libro con cd è il risultato di un intenso lavoro di ricerca compiuto negl’anni da Rinaldo Doro, il quale proseguendo nel solco tracciato da Amerigo Vigliermo, ha compiuto un vero e proprio viaggio nel tempo, alla riscoperta di quel filone musicale legato ai suonatori delle feste dei coscritti e dei quintetti. Le oltre trecento pagine di questo volume sono così un enorme baule di ricordi, testimonianze, e preziosi documenti che nel loro insieme ricostruiscono in maniera mirabile un universo sonoro di grande fascino. La prima parte raccoglie interviste e testimonianze degli anziani suonatori, alcuni di questi purtroppo scomparsi, come il mitico Palasòt, al secolo Aristide Mosca, che con Paolin (Paolo Avondoglio) ha fatto ballare le feste dei coscritti nel Canavese e nella Valle d’Aosta, e dei quali possiamo ascoltare alcuni preziosi documenti nel disco allegato. Pregevole è anche la ricca sezione dedicata agli strumenti tipici, così come grande attenzione è stata riposta nella parte coreutica con gli approfondimenti illuminanti su “La Corenta di Rueglio”, e “Il ballo a palchetto”. Non manca una gustosa anticipazione sul prossimo volume in cantiere con un focus sul “Tamburo di Cogne”, così come ricchissimo è l’apparato fotografico che raccoglie quaranta immagini d’archivio. A completare il volume sono circa cento spartiti di antichi brani, tra tradizionali e composizioni degli anziani suonatori, nonché il già citato disco allegato che raccoglie ben diciotto brani, registrati sul campo da Vigliermo negli anni Settanta. Insomma “Sonador da Coscrit e da Quintët” è un opera di grande interesse che getta nuova luce sulla tradizione musicale dell’area Canavesana, ma soprattutto ci svela tutta la passione e la gioia delle feste dei coscritti e dei quintetti.

Salvatore Esposito

I Violini di Santa Vittoria

Ieri pomeriggio abbiamo avuto una piacevole sorpresa, un simpatico “colpo doppio”: la visita al “Museo del Paesaggio Sonoro” di Riva presso Chieri (TO) e il concerto a seguire de “I Violini di Santa Vittoria”. Orbene, avere una realtà così sottomano, nata dal sogno e dal desiderio di Domenico Torta, insigne Musicista e Antropologo di Riva, è una gioia per il cuore e per l’anima. Il “Mondo Contadino”, sempre sfruttato e usurato ormai dalle continue richieste commerciali e adoperato come simbolo di “purezza”, “genuinità” e “bei tempi andati” da tutta una parte del mondo industrial-alimentare-turistico, sinceramente sta mostrando la corda… Chi ha vissuto, anche per breve periodo della sua vita, con il mondo agricolo sa che non esiste campagna senza sofferenza e “mondo popolare” senza dolore e fatica. Certo, amiamo tutti lanciarci in tour eno-gastronomici nelle Langhe o in Monferrato, ballare le belle danze del tempo andato e del “vuoi mettere una bella passeggiata in campagna?”. Già… ricordo le parole di James Senese, musicista di “Napoli Centrale”: “La campagna è bella per il figlio del padrone, che ci viene solamente con gli amici a passeggiare, ma per il figlio del bracciante la campagna è un’altra cosa, la campagna è solamente culo rotto e niente più”. Andate a visitare il Museo di Riva! Suoni, sogni, evocazioni di un passato non mitico, ma reale: il rumore della pioggia, la nebbia, il bosco degli uccelli, la “Cantarana”, le campane “a baudëtta”…
Non vi voglio togliere la sorpresa, prendetevi un’ora e mezza (tanto dura il giro) e andateci.
E poi, il concerto de “I Violini…”. Una gradita sorpresa, un foltissimo pubblico ha potuto godere della rievocazione di un repertorio novecentesco di grande levatura. La storia: i braccianti di S.Vittoria, duramente provati dal lavoro nei campi, decisero di guadagnarsi la libertà dal lavoro agricolo studiando musica. Nessuno era musicista, ma ogni famiglia, a duro prezzo, scelse di mandare i figli a studiare il violino a 15 Km. di distanza, nel vicino paese di Gualtieri. E lo studio premiò quella gente, i “Quintetti” famigliari violinistici fiorirono e permisero ad un paese di agricoltori-braccianti di divenire il “Paese dei Cento Violini”. Conclusioni: vi consiglio di non perdere nessuna delle due occasioni (Museo + Concerto) per le date a venire. In programma vi saranno “Salentrio” il 23 aprile, i “Suonatori della Val del Savena” il 21 maggio, “Gabriele Ferrero, Silvio Peron, Dino Tron e altri” il 18 giugno, la “Posavina Bosniaca” il 17 settembre e i “Musicanti di Riva” l’8 ottobre. Concerto e ballo in piazza. Con orgoglio e, lasciatemelo dire, innocente “campanilismo”, una rassegna di “Eccellenza Italiana”. Non facciamoci abbindolare dalle mode temporanee, questa “Cultura” ha resistito anni e anni, tra guerre, carestie e povertà. Diamogli almeno il giusto rispetto.